Un caffè con Mijan

mijan

Manikganj Sadar è una cittadina di poco più di 300.000 abitanti al centro del Bangladesh. Mijan viene da qui, cresciuto in una famiglia di agricoltori rassegnata ad una vita di tanti sacrifici non ripagati e nessuna prospettiva per il futuro. Tranne una: emigrare. Mijan lo fa la notte del 2 dicembre 2011 quando a 16 anni decide di raggiungere alcuni zii mai conosciuti, che alla fine degli anni ’90 si erano trasferiti in Italia. Contatta allora una delle tante organizzazioni specializzate in traffico di uomini che avanza una richiesta di 6000 euro. Sono quasi tutti i risparmi del padre che da una parte non condivide la scelta del figlio, ma dall’altra non riesce ad opporsi a tanta determinazione e alla fine paga. Mijan parte di notte, solo, con in tasca il resto dei soldi dei suoi genitori. Lascia loro ed una sorella più piccola ed in autobus arriva in India dove trascorrerà alcuni giorni prima di potersi imbarcare per l’Iraq. Racconta la sua storia con serenità, guardandomi negli occhi e sorridendo. Ma quando cerco di sapere di più del viaggio in mare e poi della lunga sosta in Iraq, Mijan non sorride più. Dei 15 giorni trascorsi sulla prima imbarcazione in compagnia di 40 uomini sconosciuti ricorda solo due cose: il freddo e la fame. Dei successivi 10 trascorsi in Iraq in un capanno senza letti o materassi, al freddo e alla fame nei ricordi di Mijan si aggiungono anche le violenze subite. Violenze fisiche ma anche psicologiche sotto la continua minaccia di essere lasciati lì. “Accettavo tutto pur di arrivare in Italia”. Ed accetterà anche di pagare, ancora. Nonostante la garanzia che quei 6000 euro iniziali avrebbero coperto tutte le spese, una volta in Iraq a Mijan saranno chiesti ancora soldi, pena l’essere lasciato lì. Ancora oggi non sa nemmeno in che città fosse. Sa solo che era in Iraq e che essere abbandonato lì, in un paese devastato dalla guerra, senza poter proseguire il viaggio e senza sapere come tornare indietro, significava morire. Mijan paga, consegna gli ultimi soldi che aveva e che sarebbero dovuti servire alla sua nuova vita ed una notte lascia il capanno per essere imbarcato di nuovo. Questa volta sono in 200, ancora solo uomini e, “per fortuna” dice, nessun bambino. Ancora freddo fame e violenze, ancora la paura terribile di non farcela, di non riuscire ad arrivare. Mai in nessuno di quei momenti, il rimpianto di essere partito. Quando finalmente arriva in Grecia e poi da lì a Bari il sogno di Mijan inizia a realizzarsi. Raggiunge Roma e sa di essere un clandestino. Si affida alla questura per avere i documenti e attende 13 mesi in un centro di prima accoglienza dove inizia a studiare l’italiano. Ho conosciuto Mijan qualche anno fa, in un supermercato aiutava a sistemare la spesa nelle buste per pochi euro. Era sempre gentile e sorridente ed il giorno che lo vedemmo sistemare i prodotti sugli scaffali con indosso la divisa del supermercato fummo veramente contenti. Mijan era stato assunto. Oggi ha un contratto a tempo determinato che gli permette di mandare qualche soldo a casa. Anzi, alla famiglia. Perché casa per lui ora è l’Italia, che gli ha dato quello che più ha cercato nella vita: le prospettive di una vita diversa per lui e per i figli che arriveranno.

 

Tina Aiello